Quando è morta mia mamma, nel gennaio del 2019, mi trovavo in Kazakistan, dove vivo da molti anni.

Da qualche settimana non l’avevo sentita ma, come mi succedeva da decenni, periodicamente avevo allucinazioni ipnagogiche nelle quali udivo con grande chiarezza la sua voce chiamarmi, dirmi qualche cosa di quotidiano e banale. Ridere.

Non ricordo per nulla la nostra ultima telefonata. Solo immagino che il suo umore, ormai da mesi e specialmente da quando il suo ex, l’Alberto, era morto, pochi mesi prima, fosse terribile. Era l’uomo della mia vita, mi aveva detto.

In Kazakistan dovetti rimanere ancora un paio di mesi, finché nel pieno della cosiddetta pandemia (marzo 2020), ebbi modo di viaggiare in Italia, fino a Cisternino, per spargere le sue ceneri. Non fu un viaggio facile.

In quella occasione ebbi modo di dare una occhiata a tutte le sue cose e, per adempiere alla sua volontà, di bruciare molte lettere.

Non presi quasi nulla. Non avevo idea allora che quasi tutto sarebbe poi andato perduto, un anno dopo, in occasione della vendita della casa. Anche allora, poiché la mia terzogenita era da poco nata, e il mio primogenito aveva i suoi guai, non potei venire in Italia. Scatoloni e scatoloni di libri e carte furono dati via e buttati al macero.

Disegni, manoscritti, collezioni di libri andarono perduti. Oggetti di famiglia e molto altro.

Tutto, nella dipartita di mia mamma, è stato una perdita eccessiva. Non è rimasto niente o quasi niente da guardare, da pensare, quando penso a lei.

Non amavo molto le sue idee, le sue abitudini, molti tratti del suo carattere, il suo bere, la sua televisione, persino le cose che scriveva o amava leggere. Ma anche nelle nostre differenze dagli altri, gli altri esistono in noi.

Dal gennaio 2019 non ho più sentito la voce della Bruna, le allucinazioni ipnagogiche sono sparite.

Jago